

BORING BILLION
2026, Installazione video monocanale, colore, suono stereo, 14' 50".
Commissionata e prodotta da Fondazione In Between Art Film, e co-prodotta da The Vega Foundation, per la mostra Canicula, 2026. Courtesy dell’artista, Fondazione In Between Art Film.
YUYAN WANG
Yuyan Wang (1989, Cina) è una regista e videoartista che vive e lavora a Parigi. Le sue opere sono state esposte in occasione di eventi artistici e presso istituzioni quali Crac Alsace, la Biennale di Gwangju 2025, la 12a Biennale di Berlino, la Tate Modern di Londra, il Centre Pompidou di Parigi, il Palais de Tokyo di Parigi, l’UCCA – Center for Contemporary Art di Pechino, la Douglas Hyde Gallery di Dublino, il Wanås Konst di Knislinge, il 3bisf –Centre d’arts contemporains di Aix-en-Provence e in occasione di festival quali la Berlinale, l’International Film Festival Rotterdam, Doc Fortnight al MoMA di New York, CPH:DOX, nonché lo European Media Art Festival di Osnabrück. I suoi film hanno conseguito numerosi premi.
Composta interamente da filmati trovati online, l’opera si configura come un assemblaggio ipnotico e frammentario di processi industriali, tutorial per la riparazione di macchinari e sistemi tecnologici che si connettono attraverso diverse piattaforme. In questa discesa verso una dimensione opaca e claustrofobica, pesanti macchinari vengono rivelati da fasci di luce prima di dissolversi nel flusso. Il montaggio si concentra sui loro dettagli, muovendosi tra superfici, trame e residui, come alla ricerca di una struttura interna che sfugge sempre nella sua interezza. Successivamente ne fa trasparire il lavoro industriale: sostanze viscose e scivolose lubrificano copiosamente una serie di ingranaggi che ruotano e si incastrano in sequenze ritmiche cariche di tensione erotica. In fondo a un tunnel compaiono figure umanoidi, simili a robot, i cui movimenti oscillano tra apprendimento e istinto, mentre la loro forma attraversa fuggevolmente stati diversi, cedendo il passo ad altri corpi meccanici, verso un remoto e impalpabile altrove. La colonna sonora è un sottofondo costante e monotono, interrotto a tratti dalle prime strofe di All This Love dei DeBarge – una canzone sul potere curativo dell’amore – intonate da una voce distorta e metallica. I versi emergono e scompaiono, come un linguaggio intimo che si deposita lentamente, fino a diventare parte della vita, organica o meccanica. Il titolo Boring Billion, mutuato dalle scienze della Terra – ambito in cui indica un intervallo di apparente stasi geologica prima dell’emergere della vita complessa – rivela una carica ironica. Nulla è statico nell’opera; al contrario, assistiamo a una continua emersione. Non vi è più alcun confine netto, le macchine rispecchiano sempre più i sistemi viventi, mentre gli esseri umani adattano comportamenti, ambienti e percezioni alle logiche meccaniche. L’opera mette in scena cicli di ottimizzazione che defluiscono verso uno stato di sovraccarico e degrado, offrendo riflessioni sulla saturazione della cultura visiva contemporanea, ancorata agli algoritmi, ed evidenziando la fragilità delle infrastrutture tecnologiche da cui dipendiamo, rivelandone l’intrinseca vulnerabilità.