

MELTED INTO THE SUN
Video monocanale colore suono 5.1 35’50”
Commissionato e prodotto da Fondazione In Between Art Film e co-prodotto da Batalha Centro de Cinema Porto per la mostra Nebula 2024. Courtesy dell’artista e Fondazione In Between Art Film
SAODAT ISMAILOVA
è una regista e artista che vive e lavora tra Tashkent e Parigi. Il suo lavoro è stato presentato in mostre personali presso Le Fresnoy – Studio national des arts contemporains, Tourcoing; Eye Filmmuseum, Amsterdam; the Center for Contemporary Art Tashkent; Tromsø Kunstforening; The Kunstsammlungen & Museen Augsburg, tra le altre. Le opere di Ismailova sono state esposte anche in mostre collettive presso Haus der Kulturen der Welt, Berlino; Sharjah Biennal (2023); Para Site, Hong Kong; documenta fifteen, Kassel (2022); e Biennale Arte 2022 e 2013. I film di Ismailova sono parte delle collezioni di Stedelijk Museum, Amsterdam; Centre Pompidou, Parigi; Almaty Museum of Arts; FRAC Corsica; Thyssen-Bornemisza National Museum, Madrid, tra le altre. Nel 2022, è stata premiata con l’Eye Prize for Art and Film, Amsterdam. È l’iniziatrice del programma educativo CCA Lab e di Tashkent Film Encounters; ed è la fondatrice del gruppo di ricerca DAVRA, che si dedica allo studio, alla documentazione e alla diffusione della cultura e del sapere dell’Asia centrale.
L’opera è ispirata all’ambigua figura di Al-Muqannaʿ (“Il Velato”), un tintore di tessuti che divenne una guida spirituale e un agitatore politico nel sud dell’Asia Centrale durante l’ottavo secolo, e medita sugli echi culturali e politici delle sue idee rivoluzionarie. Al-Muqannaʿ predicava un sincretismo ideologico di Zoroastrismo, Mazdakismo e Buddhismo, e aveva risvegliato le menti dei suoi discepoli “Biancovestiti” mettendo in luce lo status quo della sua epoca, ossia sfidando le pratiche di sfruttamento dei terreni, del potere autoritario centralizzato, e della repressione religiosa. Del suo retaggio, che potrebbe essere considerato oggigiorno come “proto-socialista”, si è appropriato l’apparato della propaganda sovietica regionale, considerandolo un eroe locale e un esempio di ribellione e lotta per la condivisione comune della proprietà e della ricchezza. Adottando una visione ciclica della storia e del sapere, in cui i significati si presentano instabili e in continua risignificazione, l’artista ha reimmaginato le predicazioni di Al-Muqannaʿ e ha invitato l’influente poeta uzbeko Jontemir Jondor a interpretare una versione moderna di questo leader carismatico. Il film ci trasporta sulle sponde del fiume Amu Darya, nel campo di sepoltura circolare di Chillpiq e nella città di Bukhara, tutti luoghi in cui si sono svolte, a quanto si dice, le leggendarie imprese di Al-Muqannaʿ, come l’apparizione di una seconda luna dal fondo di un pozzo. Ma anche vicino alla porta carbonizzata trovata nella fortezza zoroastriana di Kafir-Kala, che rappresenta la dea dell’acqua Nana mentre viene adorata attorno a un altare di fuoco e nei luoghi in cui sorgono alcune infrastrutture sovietiche, come la diga di Kirov e la fornace solare dell’Uzbekistan. Questo viaggio visuale nel tempo mostra l’uso abile da parte di Al-Muqannaʿ dell’illusione e della scienza per scopi demagogici e riflette sul ruolo centrale svolto dalla tecnologia e dalla manipolazione della Terra nel mantenimento delle strutture di potere fin dall’antichità. Le sequenze liriche di riflessi e abbagli, insieme alla colonna sonora materica ed extra-diegetica, guardano metaforicamente al duplice aspetto della storia di Al-Muqannaʿ—che alla fine è caduto nell’oscurità a cui si opponeva, riducendo in cenere la sua cittadella ideale—e continuano a far risuonare nella contemporaneità le sue domande profonde e ancora irrisolte.