L’installazione video è ambientata in un futuro immaginario in cui l’attuale guerra della Russia contro l’Ucraina è ormai conclusa. Si articola in una sequenza di quattro tableaux nei quali anziani soldati russi rimpiangono, nascondono o ignorano il proprio coinvolgimento e le proprie responsabilità durante il conflitto. A volte si rivolgono a un pubblico invisibile, altre volte a se stessi o rispondono a voci fuori campo – quelle degli artisti – che li intervistano. I soldati sono interpretati da attori ucraini, formatisi sui personaggi della letteratura e del dramma russo nei teatri dell’Ucraina sovietica. In questa messinscena ambigua, la parola e il silenzio si alternano seguendo configurazioni mutevoli: da forme di giustificazione in cui la responsabilità individuale si dissolve nella logica di un sistema, a momenti in cui il linguaggio vacilla dimostrandosi incapace di articolare una confessione e di raggiungere l’assoluzione, ma anche a stati sospesi e prossimi alla morte, tra incoscienza e lucidità, che sfidano ogni comprensione. La memoria del Complesso dell’Ospedaletto – un tempo ospedale, poi casa di cura – agisce come una presenza strutturale dell’opera, la cui temporalità si intreccia con le storie di cura e declino sedimentate nello spazio. La scala e l’intimità di queste scene vengono amplificate dalla suggestiva progettazione spaziale di pareti e soffitti ideata da 2050+, che altera le proporzioni delle stanze. Sul piano visivo, le immagini attingono all’iconografia religiosa e all’estetica pittorica dei pannelli devozionali del Rinascimento italiano e nordico – influenze riconoscibili nell’inquadratura dei corpi, nella modulazione di luce e del colore, e nella costruzione stessa delle immagini. L’illusione cui fa riferimento il titolo, traducibile come “pio desiderio” o “speranza vana”, chiama in causa le vittime che auspicano un riconoscimento destinato a restare inevaso, all’interno di un orizzonte di violenza e aggressione che pare non avere fine. L’oscillazione tra messinscena e testimonianza, tra propaganda e verità, tra storia collettiva e memoria personale, crea un campo sospeso: la possibilità di risarcimento resta incerta, continuamente rimandata, mentre la banalità del male si impone come unica certezza del presente.