

TERMINAL LUCIDITY
2026, Installazione video monocanale e illuminazione site-specific, colore, suono, durata infinita.
Commissionata e prodotta da Fondazione In Between Art Film, co-prodotta da EMMA – Espoo Museum of Modern Art con il supporto della Saastamoinen Foundation, per la mostra Canicula, 2026. Courtesy dell’artista; Commonwealth and Council, Los Angeles; Fondazione In Between Art Film; Galerie Sultana, Parigi.
P.STAFF
P. Staff (1987, Regno Unito) vive e lavora tra Los Angeles e Londra. Le sue opere sono state presentate a livello internazionale in istituzioni quali il Bonner Kunstverein, il Serralves di Porto, la Whitney Biennial 2024 a New York, la Kunsthalle Basel, il MOCA di Los Angeles, la Biennale Arte 2022 a Venezia, l’Institute of Contemporary Art di Shanghai, la Serpentine Gallery e la Chisenhale Gallery di Londra, il New Museum di New York. Ha ricevuto il Louis Comfort Tiffany Award, la Tate Liverpool/Keith Haring Foundation Artist Research Fellowship e il Paul Hamlyn Foundation Award for Visual Arts.
L’espressione ‘lucidità terminale’, a cui il titolo fa riferimento, designa un inaspettato momento di coscienza, chiarezza mentale o memoria poco prima della morte. Ispirandosi a questo fenomeno fisiologico e in considerazione della recente funzione di casa di cura del Complesso dell’Ospedaletto, l’opera assembla elementi visivi, sonori e spaziali in un unico ambiente percettivo che si estende alla monumentale scala elicoidale adiacente. L’alternanza di luce e ombra, suoni e immagini, diviene un modo attraverso cui esplorare la percezione come strumento e luogo di visione, per quanto immateriale e interiore. Brevi sequenze di sagome bianche su sfondi iper-saturi – scelti per la loro capacità di affaticare la vista – si insinuano nella costante oscurità del film. Quando lo schermo torna nero, l’ultima immagine persiste negli occhi come immagine residua. È a causa dell’attivazione di fotorecettori diversi nella retina che le forme bianche restano lì impresse come presenze spettrali, mentre gli sfondi si trasformano in allucinazioni, convertendo i colori nei loro complementari – il rosso diventa ciano, il giallo viola – senza corrispondenza con ciò che appare sullo schermo. Si genera così una nuova realtà, intima e fantastica. La visione si trasforma da osservazione passiva a un processo attivo di creazione di immagini, vicino alla dimensione del sogno. La colonna sonora propone un collage di brani musicali – da pezzi orchestrali a battimani e suoni ambientali registrati a Venezia – accompagnati da rumori ovattati d’interni e da lontani tintinnii onirici, che alimentano la dialettica tra esaurimento e sollievo sensoriale insita nell’opera. A metà tra film strutturale e cinema espanso, quest’atmosfera nasce dalla collaborazione con il compositore Lukas Frank e la designer di illuminotecnica Josephine Wang, in risposta alla costante, ma imprevedibile, riproduzione algoritmica delle sequenze filmiche. L’installazione evoca uno spazio liminale tra vita e morte, un mondo inquieto pervaso da inganni sensoriali. L’artista si interroga sulla possibilità che un film, o persino la realtà stessa, possa avere luogo interamente nello spazio di un’illusione ottica, ossia nell’occhio di chi osserva nell’oscurità.