L’espressione ‘lucidità terminale’, a cui il titolo fa riferimento, designa un inaspettato momento di coscienza, chiarezza mentale o memoria poco prima della morte. Ispirandosi a questo fenomeno fisiologico e in considerazione della recente funzione di casa di cura del Complesso dell’Ospedaletto, l’opera assembla elementi visivi, sonori e spaziali in un unico ambiente percettivo che si estende alla monumentale scala elicoidale adiacente. L’alternanza di luce e ombra, suoni e immagini, diviene un modo attraverso cui esplorare la percezione come strumento e luogo di visione, per quanto immateriale e interiore. Brevi sequenze di sagome bianche su sfondi iper-saturi – scelti per la loro capacità di affaticare la vista – si insinuano nella costante oscurità del film. Quando lo schermo torna nero, l’ultima immagine persiste negli occhi come immagine residua. È a causa dell’attivazione di fotorecettori diversi nella retina che le forme bianche restano lì impresse come presenze spettrali, mentre gli sfondi si trasformano in allucinazioni, convertendo i colori nei loro complementari – il rosso diventa ciano, il giallo viola – senza corrispondenza con ciò che appare sullo schermo. Si genera così una nuova realtà, intima e fantastica. La visione si trasforma da osservazione passiva a un processo attivo di creazione di immagini, vicino alla dimensione del sogno. La colonna sonora propone un collage di brani musicali – da pezzi orchestrali a battimani e suoni ambientali registrati a Venezia – accompagnati da rumori ovattati d’interni e da lontani tintinnii onirici, che alimentano la dialettica tra esaurimento e sollievo sensoriale insita nell’opera. A metà tra film strutturale e cinema espanso, quest’atmosfera nasce dalla collaborazione con il compositore Lukas Frank e la designer di illuminotecnica Josephine Wang, in risposta alla costante, ma imprevedibile, riproduzione algoritmica delle sequenze filmiche. L’installazione evoca uno spazio liminale tra vita e morte, un mondo inquieto pervaso da inganni sensoriali. L’artista si interroga sulla possibilità che un film, o persino la realtà stessa, possa avere luogo interamente nello spazio di un’illusione ottica, ossia nell’occhio di chi osserva nell’oscurità.