Immerso in un’atmosfera sospesa tra sogno e realtà, il Complesso dell’Ospedaletto è insieme il luogo dove quest’opera è stata girata e dove è mostrata. All’interno di questi ambienti e lontana dalle sue montagne, una pecora si desta e inizia ad attraversare l’architettura: il suo cammino solitario percorre gli spazi solenni e monumentali della Chiesa di Santa Maria dei Derelitti e quelli funzionali e spogli dell’ex ospedale, luoghi che hanno offerto, in epoche diverse, conforto all’anima e al corpo. La telecamera ci accompagna in un percorso in cui le dimensioni temporali e i significati filtrano le une negli altri, seguendo l’enigma di una pecora che, invece di essere condotta da un pastore, conduce chi guarda. A punteggiare questa perlustrazione di uno spazio tanto fisico quanto simbolico, emerge il suono ricorrente di un campanellino, che pare offrire ai sensi una possibilità di orientamento e che, riecheggiando al di fuori dello schermo, amplifica l’atmosfera onirica dell’opera e i suoi interrogativi. I ricordi d’infanzia dell’artista – in questo luogo suo padre lavorava all’inizio degli anni Ottanta – si sovrappongono all’esperienza che il pubblico fa oggi di questi stessi spazi lungo il percorso della mostra, secondo un principio di progressivo accumulo e slittamento tra memoria e percezione. Nell’anno del centenario della nascita di Franco Basaglia, l’artista rende omaggio alla visione rivoluzionaria dello psichiatra veneziano, che ci ha permesso di ridefinire il confine politico e medico tra salute e malattia, tra cura e custodia. Lo fa attraverso un’opera ispirata al titolo della mostra che offre una meditazione spaziale e metaforica sulla ricerca del senso ma anche sul suo smarrimento, sulla realtà e l’immaginazione, sulla razionalità e l’interiorità. Il film si chiude sulle parole di una donna che, insieme alle altre presenze che abitano lo spazio creato dall’opera, ci interroga sulle nostre nozioni acquisite di verità e speranza.