Silvia Giambrone nel video Domestication ha utilizzato come palinsesto concettuale il Saggio di educazione e istruzione dei fanciulli, scritto dal teologo svizzero Johan Sulzer nel 1748 che muove dal presupposto che “l’educazione non è altro se non apprendimento dell’obbedienza”. Un’obbedienza ottenuta con la coercizione sia fisica che psicologica tanto che questo tipo di pedagogia oggi viene definita dagli studiosi della materia Pedagogia nera. Questo doloroso insieme di regole, che per secoli ha costituito l’ossatura dell’educazione impartita ai bambini, ha generato una serie di strascichi culturali e comportamentali che, ancora oggi, vengono ritenuti da educatori e psicoterapeuti responsabili per l’attitudine alla violenza che caratterizza le relazioni umane. In un interno domestico due attori, un uomo e una donna, che hanno introiettato il paradigma della violenza all’interno della loro relazione si muovono in maniera evocativa e poetica. I due protagonisti, sono sempre ripresi da soli in quell’ambiente comune, come se fossero uno la proiezione o il ricordo dell’altro, e gli oggetti che entrambi utilizzano diventano i segni tangibili della loro effettiva presenza. Oggetti di uso comune che però se guardati attraverso la lente deformante della violenza diventano potenzialmente pericolosi e sinistri, oggetti che diventano quindi sia i testimoni che gli strumenti di una violenza simbolica. Il confine fra vittima e carnefice è sfumato al punto da rendere difficile definire chi dei due incarna quei due ruoli, tutto il video è pervaso da una tensione che è sempre sul punto di scoppiare perché ormai incistata non solo nello spazio domestico ma anche nella psiche dei suoi abitanti. Il registro visivo è un’alternanza di ritmi ossessivi e disturbanti con dei momenti quasi onirici nonostante la credibilità dell’ambiente e dei personaggi.