

WISHFUL THINKING
2026, Installazione video multicanale, colore, suono, durata variabile.
Commissionata e prodotta da Fondazione In Between Art Film per la mostra Canicula, 2026. Courtesy degli artisti; Fondazione In Between Art Film; Galerie Poggi, Parigi.
ROMAN KHIMEI E YAREMA MALASHCHUK
Roman Khimei e Yarema Malashchuk (1992, Ucraina; 1993, Ucraina) sono registi e artisti visivi che lavorano a Kyiv. Le loro opere sono state presentate presso importanti istituzioni, tra cui il TBA21 – Museo Nacional Thyssen-Bornemisza di Madrid, il Kunstverein Hannover, la 36ª Biennale di Arti Grafiche di Lubiana, il PinchukArtCentre/Palazzo Contarini Polignac di Venezia, il Kunsthaus di Amburgo, l’Hamburger Bahnhof di Berlino, l’Albertinum di Dresda, la Haus der Kunst di Monaco di Baviera, il Castello di Rivoli di Torino e la Galeria Arsenał di Białystok. Il loro cortometraggio Additional Scenes (2024) ha vinto il premio principale al Tallinn Black Nights Film Festival e agli Ukrainian Film Critics’ Awards. Sono stati inoltre insigniti del VISIO Young Talent Acquisition Prize (2021) e del PinchukArtCentre Prize (2020). Le loro opere video fanno parte di diverse collezioni: Fondazione In Between Art Film; Kunstmuseum Liechtenstein; Kontakt, Bucarest; TBA21; Frac Bretagne, Rennes; Kiasma, Helsinki; e M HKA, Anversa, tra le altre. Khimei e Malashchuk sono membri del collettivo artistico Prykarpattian Theater.
L’installazione video è ambientata in un futuro immaginario in cui l’attuale guerra della Russia contro l’Ucraina è ormai conclusa. Si articola in una sequenza di quattro tableaux nei quali anziani soldati russi rimpiangono, nascondono o ignorano il proprio coinvolgimento e le proprie responsabilità durante il conflitto. A volte si rivolgono a un pubblico invisibile, altre volte a se stessi o rispondono a voci fuori campo – quelle degli artisti – che li intervistano. I soldati sono interpretati da attori ucraini, formatisi sui personaggi della letteratura e del dramma russo nei teatri dell’Ucraina sovietica. In questa messinscena ambigua, la parola e il silenzio si alternano seguendo configurazioni mutevoli: da forme di giustificazione in cui la responsabilità individuale si dissolve nella logica di un sistema, a momenti in cui il linguaggio vacilla dimostrandosi incapace di articolare una confessione e di raggiungere l’assoluzione, ma anche a stati sospesi e prossimi alla morte, tra incoscienza e lucidità, che sfidano ogni comprensione. La memoria del Complesso dell’Ospedaletto – un tempo ospedale, poi casa di cura – agisce come una presenza strutturale dell’opera, la cui temporalità si intreccia con le storie di cura e declino sedimentate nello spazio. La scala e l’intimità di queste scene vengono amplificate dalla suggestiva progettazione spaziale di pareti e soffitti ideata da 2050+, che altera le proporzioni delle stanze. Sul piano visivo, le immagini attingono all’iconografia religiosa e all’estetica pittorica dei pannelli devozionali del Rinascimento italiano e nordico – influenze riconoscibili nell’inquadratura dei corpi, nella modulazione di luce e del colore, e nella costruzione stessa delle immagini. L’illusione cui fa riferimento il titolo, traducibile come “pio desiderio” o “speranza vana”, chiama in causa le vittime che auspicano un riconoscimento destinato a restare inevaso, all’interno di un orizzonte di violenza e aggressione che pare non avere fine. L’oscillazione tra messinscena e testimonianza, tra propaganda e verità, tra storia collettiva e memoria personale, crea un campo sospeso: la possibilità di risarcimento resta incerta, continuamente rimandata, mentre la banalità del male si impone come unica certezza del presente.