

BABY I’M YOURS, FOREVER
2026, Installazione video monocanale, colore, suono surround 8.1, 17′.
Commissionata e prodotta da Fondazione In Between Art Film, co-prodotta da Onassis Culture e Heretic con il supporto aggiuntivo di Mondriaan Fund, per la mostra Canicula, 2026. Courtesy dell’artista; Callirrhoë, Atene; Fondazione In Between Art Film.
JANIS RAFA
Janis Rafa (1984, Grecia) è un’artista che vive e lavora tra Amsterdam e Atene. Le sue opere sono state esposte in mostre personali e collettive presso la Fondazione Merz di Torino, Salt di Istanbul, EMST – Museum of Contemporary Art di Atene, VOX – Centre de l’image contemporaine di Montreal, M HKA di Anversa, il Turku Art Museum, l’Eye Filmmuseum di Amsterdam, la Biennale d’Arte 2022 di Venezia, il Museu Tàpies di Barcellona e il MAXXI di Roma. Rafa ha conseguito un dottorato in Belle Arti presso l’Università di Leeds ed è stata artista residente presso l’Onassis Air Program (2024), Artworks – Stavros Niarchos Foundation (2020), oltre ad altre realtà. Il suo lavoro è stato sostenuto dal Mondriaan Fund, ART for the World, AFK, Netherlands Film Fund e Greek Film Centre. Le opere di Rafa fanno parte di numerose collezioni istituzionali e private, tra cui quelle dello Stedelijk Museum di Amsterdam, del Centraal Museum di Utrecht, del Museum Voorlinden di Wassenaar, di Fondazione In Between Art Film e della Fondazione Dommering di Amsterdam.
L’opera esplora le architetture materiali e simboliche impiegate per lo sfruttamento di corpi, sia non umani sia umani, e propone una riflessione sulla tensione tra vita e morte, sopravvivenza e sacrificio. All’interno di un impianto per la refrigerazione della carne, la telecamera si muove tra macchinari e aree adibite al trasporto, al taglio, all’imballaggio e allo stoccaggio, immerse in un bagliore artificiale che ne amplifica l’atmosfera sinistra. Una sequenza di scene allegoriche evoca l’oppressione violenta esercitata da una minoranza su una maggioranza, interrogandosi sulla consapevolezza di entrambe. In questi spazi, dove l’azione è ridotta al minimo o sospesa in tableaux statici, possenti corpi umani si rivelano affini a carcasse non umane, il valore nutritivo del latte convive con l’idea di esaurimento, mentre una danza febbrile confina con la macellazione. La narrazione volge verso un culmine che sembra richiedere una forma di liberazione. Sul piano visivo, l’opera rielabora varie iconografie di uccisione e sacrificio oltre ai linguaggi pittorici viscerali di Chaïm Soutine e Francis Bacon, in cui la carne è simbolo di mortalità e vulnerabilità, ignorando però la realtà del corpo non umano. Un sottofondo denso di rumori industriali a bassa frequenza si unisce a un coro lirico che ripete promesse di asservimento, a suggerire la convergenza tra abuso e amore. Il piano sequenza ci immerge in un labirinto che riflette le strutture della coscienza, dove il visibile e il rimosso coesistono. Frequenti sono le immagini di corpi frammentati: oltre a segnalare lo smembramento di vite e identità, essi simbolizzano un tema centrale dell’opera, ossia il meccanismo psicologico che stabilisce la separazione tra esseri e che, di conseguenza giustifica lo sfruttamento di alcune forme di vita su altre. In una simile cornice, la dimensione sensoriale emerge come possibile terreno di empatia oltre i confini tra le specie, rendendo percepibili i meccanismi attraverso cui i corpi vengono consumati, disciplinati e sacrificati. L’opera si focalizza sulle strutture culturali ed economiche che soggiacciono queste pratiche, smascherandole.